Competenze comunicative di base

27 novembre 2010

 

La comunicazione è l’insieme di 3 momenti : Ricezione del messaggio, Elaborazione del messaggio, Risposta .

La modalità con la quale questi 3 momenti vengono realizzati può facilitare o al contrario rendere più difficoltosa la comunicazione.

RICEZIONE:

una buona ricezione presuppone, da parte dell’ascoltatore, la capacità di distogliersi da sé stesso, l’intenzionalità di centrarsi sull’altro e l’impegno a comprendere il messaggio nel significato che ha per l’altro.

La ricezione presuppone quindi la capacità di sospendere i nostri giudizi e di tenere da parte i nostri schemi di riferimento (opinioni personali, soluzioni premature, valori personali) e di dare spazio e ascolto ai significati e ai contenuti che l’altro ci comunica. Presuppone attenzione verso l’altro (resistenza alle distrazioni, contatto oculare, capacità di osservare anche il comportamento non verbale dell’altro : movimenti del corpo, espressioni facciali, postura, cura di sé). Una cattiva ricezione è rappresentata al contrario da un atteggiamento valutativo, interpretativo, distratto.

 

 

ELABORAZIONE (ascolto attivo) :

Consiste nella capacità di cogliere e discriminare le varie dimensioni del messaggio:

  • Il contenuto : notizie, informazioni, opinioni (di cosa parla?)
  • l’autopresentazione: ciò che l’altro rivela di sé (cosa mi sta dicendo di se’?)
  • L’appello: richiesta che fa nella comunicazione (cosa vuole raggiungere con questa comunicazione?)
  • La relazione: percezione che l’altro ha della relazione e di noi (come definisce il nostro rapporto?)

Elaborate le diverse dimensioni del messaggio si hanno i dati sufficienti per rispondere.

  

RISPOSTA

La costruzione e il mantenimento di relazioni interpersonali positive richiedono l’apprendimento di alcune capacità basilari. Tanto più queste vengono messe in pratica tanto più le persone rendono chiaro autentico e trasparente il loro agire, riuscendo a conseguire i loro obiettivi e a mantenere soddisfacenti relazioni con gli altri.

  1. COMUNICAZIONE DESCRITTIA
  2. COMUNICAZIONE RAPPRESENTATIVA
  3. FEEDBACK o COMUNICAZIONE REGOLATIVA

 

a. comunicazione descrittiva: la persona descrive la realtà così come si presenta senza valutarla né interpretarla. Verbalizza i fatti osservabili senza interrogarsi sulle cause (perché?), sullo sviluppo (da dove?), sulle conseguenze (a che cosa?), senza inserirli in categorie predefinite.

La persona dovrebbe solo chiedersi: cosa c’è qui? Presuppone la disponibilità guardare i fatti senza precomprensioni.

L’opposto consiste invece nell’accostarsi ad una realtà relazionale interpretandolo, classificandolo, valutandolo in base ai nostri schemi di riferimento. Questo atteggiamento corrisponde alla necessità di orientarci meglio nelle situazioni che viviamo ma comporta la perdita della comprensione del fatto nella sua specificità.

Esempio

Comunicazione valutativa: Marco è un ragazzo insensibile (interpretazione, giudizio);Marco mi evita (interpretazione, giudizio)

Comunicazione descrittiva: Marco ha dato un calcio ad Andrea (descrive un fatto);Marco non è arrivato all’appuntamento (descrive un fatto, come una fotografia)

  

  

b. comunicazione rappresentativa: la persona manifesta in modo diretto il proprio vissuto rispetto alla relazione, assumendosi la responsabilità di ciò che vive e senza avere la pretesa di parlare in nome di altri o di giudicare. Presuppone la capacità di divenire consapevole dei propri stati d’animo, di esprimerli accuratamente e direttamente, di riconoscere l’opportunità di manifestarli.

E’ composta da 2 parti : L’io-messaggio ( Io mi sento……..) e l’indice referenziale (quando … quanto tu…)

Nella nostra cultura spesso non comunichiamo in questo modo in quanto siamo abituati a vedere l’espressione dei nostri vissuti come qualcosa di inappropriato e indice di scarso controllo di sé stessi. Inoltre spesso ci blocchiamo per una serie di fattori soggettivi (timore della critica, del confronto, dell’intimità) e oggettivi (mancanza di tempi e spazi, clima sociale non positivo..).Inoltre siamo abituati a dare la responsabilità di quello che sentiamo, pensiamo e facciamo agli altri, negando la nostra.

Esempio

Comunicazione accusatoria : Tu mi fai sentire male! Mi eviti e mi ignori! (interpretazione e accusa che sposta la responsabilità sull’altro)

Comunicazione autopresentativa : Mi sento triste quando tu non mi rispondi al telefono, penso che non desideri parlare con me

  

  

c. comunicazione regolativa: l’emittente verifica la reciproca comprensione e modula così il corretto andamento della comunicazione. Dare e chiedere un feedback in modo corretto permette di evitare incomprensioni e conflitti dovuti alla percezione distorta dei messaggi.

c.1. Dare un buon feedback ( Io messaggio + indice referenziale + appello)

Parlare in prima persona prendendosi la responsabilità del proprio vissuto ( Io mi sento…), Riportare i fatti osservabili, senza valutazioni ( quando fai x…), Rimanere nel qui ed ora, Formulare la propria richiesta ( e vorrei che )

esempio

Comunicazione regolativa: Mi arrabbio quando usi quella parole, puoi smettere?

 

 

c.2.  Chiedere un feedback

Dire con precisione su cosa si vuole riceverlo, Verificare di aver capito, Non difendersi subito, Scambiare le proprie reazioni

esempio

Comunicazione regolativa Mi hai detto che non ti piace, cosa intendi precisamente?

 

STILI DI RISPOSTA INEFFICACI

Esempi

Generalizzare “sono tutti così”, “va sempre così”

Moralizzare “non è giusto fare così”

Giudicare “ è la giusta conseguenza di quello che hai fatto!”

Interpretare “ succede perché…”

Diagnosticare “ hai questo….”

Etichettare “ sei un pessimista!”

Spingere a fare “devi fare questo e questo..”

Negare e sottovalutare “ tutto passa”

Profetizzare “ le cose andranno così…”

Rassicurare “ non ci pensare, sei forte!”

 


Modello evolutivo del rapporto di coppia

16 novembre 2010

  • le relazioni di coppia progrediscono attraverso normali fasi di sviluppo
  • lo sviluppo infantile del singolo partner influenza le fasi evolutive della relazione di coppia
  • ogni fase di sviluppo della coppia ha specifici obiettivi da soddisfare
  • ogni fase è più complessa della precedente e richiede nuove abilità basate sulla trasformazione e l’integrazione di ciò che esisteva nella precedente.
  • Quando i partners non progrediscono adeguatamente lungo queste fasi emergono difficoltà nella relazione. La fonte primaria di conflitto e divisione nella coppia è proprio il mancato raggiungimento, da parte di uno o entrambi i partners, dei compiti evolutivi necessari per procedere alla fase successiva

 

Gli stadi evolutivi della coppia

Un funzionamento “ideale” della coppia prevederebbe che i partners procedessero congiuntamente attraverso le stesse fasi evolutive nell’ordine previsto. Nella realtà si riscontra invece come la durata delle singole fasi sia spesso non sincrona nei due partners, come spesso i due si trovino in fasi diverse, bloccati nel raggiungimento di obiettivi evolutivi o bloccati in una dinamica di competizione infantile con l’altro, finalizzata ad affermare la priorità dei propri bisogni.

1- simbiosi

La relazione inizia con un periodo di innamoramento. Lo scopo di questa fase è stabilire un legame intenso che permetterà ai due partners di definirsi come coppia, di sentirsi complici e reciprocamente corrisposti. Le somiglianze vengono amplificate, le differenze minimizzate (fase dell’idealizzazione). Questa fase comporta la capacità di fondere i confini dei due. Spesso la coppia si isola dal mondo esterno. Approssimativamente questa fase dura 6-9 mesi; oltre questo periodo la fusione diventa sintomo di dipendenza e angoscia d’abbandono e può condurre alla strutturazione di coppie simbiotiche (tipo invischiato o dipendente-ostile).

2- differenziazione

Emergono le differenze tra i partners e quindi i primi conflitti. I partners hanno bisogno di conoscersi realisticamente (esame di realtà), accettare le inevitabili differenze e valutare le possibilità/disponibilità a venirsi incontro e crescere insieme. Va individuata la permanenza di alcuni processi simbiotici: per es. le manipolazioni finalizzate a cambiare l’altro, i tentativi di nascondere/evitare il conflitto impedendo la differenziazione. I sentimenti personali di delusione, perdita e tradimento devono essere affrontati insieme e risolti affinché la coppia consolidi un attaccamento sicuro. Lo scopo di questa fase è la capacità di esprimere e accettare le singole individualità e le reciproche differenze gestendole in modo costruttivo e soddisfacente per entrambi (capacità di problem-solving). La ridefinizione dei propri confini viene espresso attraverso attività e spazi separati. L’accettazione e l’espressione delle singole individualità conduce ad un senso profondo di cooperazione e intimità.

3- sperimentazione

Trovata la propria identità nella coppia ciascun partner cerca un’identità all’esterno della relazione. In questa fase sviluppare il sé sociale diventa prioritario rispetto alla relazione. Questa fase è fortemente influenzata dalle esperienze precedenti: da come l’individuo singolo ha sentito riconosciuti i suoi bisogni di esplorazione nella sua infanzia e da quanto la coppia è riuscita a definire un attaccamento sicuro nelle fasi precedenti. In ogni caso è una fase difficile: la fusione viene percepita come minaccia all’individuazione e all’autorealizzazione; la relazione tra i partners diviene secondaria; ci si difende dalla troppa intimità; la soddisfazione più eccitante proviene dall’esterno. Gli individui che non hanno attraversato una sana simbiosi e una buona differenziazione temono che la relazione minacci la loro fragile autonomia/individuazione oppure, al contrario, percepiscono l’autonomia dell’altro come un segnale di abbandono (coppia ostile–dipendente). Gli individui che hanno invece raggiunto una sana autonomia riescono ad apprezzare quella dell’altro e procedono gradualmente verso il riavvicinamento della fase successiva senza timori di perdere l’indipendenza raggiunta.

4- riavvicinamento

Le coppie che hanno attraversato in modo positivo le precedenti fasi riscoprono la voglia di impegnarsi costantemente con l’altro e di lasciarsi andare alla vulnerabilità e all’intimità. Alcune tensioni sono causate dall’ancora persistente oscillazione tra periodi di crescente intimità e sforzi di ristabilire l’indipendenza. Gli obiettivi di questa fase sono: la capacità di impegnarsi/coinvolgersi con l’altro (anche in situazioni di disaccordo) e di esprimere se stessi e la propria individualità senza paura di rendersi vulnerabili, di perdere autostima/autonomia, di allontanare il partner. Raramente queste coppie vengono in terapia se non per eventi stressanti esterni alla relazione (lavoro, trasferimento, malattia). Possibili conflitti nascono se uno dei due partner è ancora nella fase di sperimentazione.

5- interdipendenza

Si raggiunge la piena intesa: si è superato il difficile processo di conoscere sé e l’altro, integrare le diverse individualità, sviluppare strategie per corrispondere con rispetto e sensibilità ai bisogni di entrambi, condividere progetti e prospettive. I partners hanno consolidato reciprocamente la percezione della costanza dell’oggetto amato.


Una definizione di psicoterapia

8 settembre 2008

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La psicoterapia è una branca specialistica della psicologia, si occupa della cura dei disturbi psicopatologici di diversa gravità, dal modesto disadattamento all’alienazione profonda, disturbi che possono manifestarsi in sintomi nevrotici oppure psicotici tali da nuocere al benessere della persona al punto di ostacolarne lo sviluppo e causarne fattiva disabilità; a tal fine si avvale di tecniche applicative della psicologia dalle quali prende specificazione: psicoterapia cognitivo-comportamentale, psicoterapia psicoanalitica, ecc.

 

Professionalmente la psicoterapia è una specializzazione sanitaria riservata a Medici e Psicologi iscritti ai rispettivi Ordini professionali e in Italia si consegue mediante un percorso formativo presso scuole di specializzazione universitarie ovvero in scuole di specializzazione private. Queste ultime sono legittimate da una Commissione di controllo del MUR – Ministero dell’Università e della Ricerca – ad erogare formazione specialistica.

 

Etimologicamente la parola psicoterapia, “cura dell’anima”, riconduce alle terapie della psiche realizzate con strumenti psicologici quali la parola, l’ascolto, il colloquio, il pensiero, la relazione, con la finalità del cambiamento consapevole dei processi psicologici dai quali dipende il malessere o lo stile di vita inadeguato (connotati spesso da sintomi come ansia, depressione, fobie, etc.).

 

I problemi oggetto di intervento dello psicoterapeuta vanno dal generico disagio esistenziale alle forme di disturbi più strutturati, fino alle più gravi forme di alienazione con interpretazione delirante della realtà, spesso con allucinazioni uditive, visive o tattili.

Possono essere affrontati fenomeni sintomatici quali l’ansia, la depressione, il disturbo maniacale, le fobie, le ossessioni, i disturbi del comportamento alimentare – anoressia e bulimia – e della sfera sessuale, il comportamento compulsivo, l’abuso di sostanze, etc. (i cosiddetti “disturbi di asse I del DSM“); così come i disturbi della personalità (“disturbi di asse II del DSM“), o forme di disagio non psicopatologicamente strutturato e fenomeni complessi quali il mobbing, il conflitto coniugale ed altri. In generale lo psicoterapeuta si può interessare anche di riabilitazione di soggetti con disturbi psichiatrici e della riabilitazione di tossicodipendenti, sia all’interno di strutture sanitarie pubbliche (per esempio i Centri di Salute Mentale per i soggetti psichiatrici e i SERT nel caso delle tossicodipendenze) o all’interno di Comunità Terapeutiche che possono esser sia pubbliche che private.



La mia concezione di salute

8 settembre 2008

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Le persone sane sono mosse dall’innata spinta alla trasformazione e all’autorealizzazione.

Sanno realizzare il loro potenziale di adulti aggiornando in modo flessibile e creativo le strategie usate per affrontare la vita. Evitano quindi di attivare o perseverare in modo coatto in strategie anacronistiche, autodistruttive e disfunzionali.

 

Sono in grado di compiere scelte autonome, sono capaci di comportarsi in maniera adeguata ed efficace, sono consapevoli (di sé stesse, delle emozioni, dei pensieri, dei comportamenti, della situazione del momento, degli altri), sono spontanee (capaci di essere se stesse e di agire in modo diretto), non rispondono passivamente all’influenza dell’ambiente o alle proprie pulsioni interiori, sono capaci di comportamenti finalizzati e sanno darsi degli obiettivi, sono per loro natura amorevoli e rispettose verso gli altri e sanno stabilire rapporti di intimità (condivisione di emozioni autentiche).

 

La salute non può essere identificata con la semplice mancanza di sofferenza o con il semplice adattamento all’ambiente. Il processo di crescita e di autorealizzazione si nutre dell’impegno creativo della persona nella realizzazione del proprio progetto esistenziale, reclama un stile di vita dove non ci si riduce a semplice ingranaggio del sistema, ma si ci si muove a partire dalla ricerca del significato delle proprie esperienze e della propria esistenza.


La “trappola mentale” dell’ansia

8 settembre 2008

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Alcuni processi psicologici che la persona mette in atto per controllare e gestire l’ansia non fanno altro che rinforzare la paura e la convinzione di essere inadeguati

 

1. La nostra mente scambia il dispositivo sano dell’ansia e le alterazioni fisiologiche ad essa associate per qualcosa di pericoloso e incontrollabile. Dopo i primi attacchi di ansia e di panico, non sono nemmeno più necessari stimoli esterni per innescare la catena di reazioni psicofisiologiche. A volte basta solo un’immagine mentale di una situazione o un ricordo per scatenare pensieri catastrofici, emozioni negative e ansiose ed infine, comportamenti di evitamento. La persona tende spesso a diventare ipersensibile alle sensazioni fisiche e alle emozioni. Invece di usarle in modo sano come segnali per agire, se ne spaventa, li interpreta tutti come pericolosi, invece di agire in modo costruttivo per risolvere il bisogno di fondo, cerca di cancellarli, ridurli, sedarli.

 

2. Vivendo le proprie reazioni fisiologiche come pericolose, la persona cerca di controllarle. Rivolge continuamente la propria attenzione all’ascolto del corpo e dei parametri fisiologici e tenta di modularli. Ma poichè esse sono funzioni spontanee e automatiche, lo stesso tentativo di controllarle produce la loro alterazione. E’ proprio il tentativo di controllo che fa perdere il controllo. L’alterazione delle funzioni, autodeterminata, genera pensieri catastrofici, i pensieri alimentano paura ed ansia e la persona inizia a bloccarsi e ad evitare situazioni.

 

A controprova di questo si verifica che:

a. se durante l’episodio di ansia e panico, accade qualcosa che distoglie l’attenzione della persona dai sintomi fisici e dai pensieri negativi, l’attacco di ansia e di panico si disinnesca.

b. se la persona prova volontariamente ad amplificare ed esasperare le sue sensazioni, invece di tentare di ridurle, l’attacco di ansia si disinnesca.

 

3.La persona tende ad evitare le situazioni associate agli attacchi di ansia. L’apparente sollievo iniziale ha però un prezzo altissimo. Rinforza l’idea che la situazione sia pericolosa e rinforza la convinzione della persona di essere inadeguata ad affrontarla. La strategia dell’evitamento (sana quando il pericolo per la vita è reale) tende ad irrigidirsi, a diventare un atteggiamento abituale e sistematico. Questa modalità alimenta la sfiducia in se stessi e porta ad una sempre più generale inazione. Spesso le situazioni temute si moltiplicano, la stima di sé scende vertiginosamente, la limitazione della libertà individuale si amplifica.

 

A controprova di questo si verifica invece che l’esposizione graduale alle situazioni temute accompagnata dall’uso di nuove risorse (nuove modalità di pensare, sentire e agire) sia il metodo principale per consentire alla persona di rinforzare autostima e senso di adeguatezza e, di conseguenza, ridurre il proprio stato di allarme, se inappropriato o patologico.

 

4.La persona struttura relazioni fondate sul fatto che l’altro, conoscendone i limiti, si ponga nei suoi confronti, in maniera protettiva, complice o sostitutiva. Il soggetto in questo modo evita ancora una volta il confronto con i suoi limiti e conferma il suo senso di inadeguatezza. Con il tempo le richieste di aiuto aumenteranno e aumenterà il timore di affrontare da soli le situazioni.

 

A controprova di questo, l’affrontare con le propri risorse situazioni lasciate alla gestione altrui, rinforza autostima, autonomia e sicurezza.

 

 


Breve panoramica dei Disturbi D’Ansia

8 settembre 2008

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Singolo Attacco di panico: periodo definito di intensa paura caratterizzato da almeno 4 sintomi che raggiungono il picco di intensità nel giro di 10minuti: tachicardia, sudorazione, tremori, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, sensazione di irrealtà, paura di perdere il controllo o impazzire, paura di morire, parestesie (sensazioni di torpore e formicolio), brividi o vampate di calore.

 

Disturbo di Panico con o senza agorafobia: attacchi di panico inaspettati e ricorrenti accompagnati da almeno un periodo di 1 mese in cui si verificano 1 o più dei seguenti sintomi: preoccupazione di avere altri attacchi di panico, paura delle conseguenze (perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, impazzire, morire..). Presenza o meno di agorafobia*.

 

*Agorafobia senza panico: sensazione di disagio provata quando ci si trova in ambienti non familiari (uscire di casa, entrare nei negozi, stare in fila, stare nei luoghi pubblici, sui mezzi di trasporto pubblico o in automobile) e si teme di non trovare una via di fuga immediata verso un luogo sicuro o l’aiuto disponibile nel caso ci si sentisse male o si avvertisse un sintomo imbarazzante ed incapacitante. Tali situazioni vengono evitate o vissute con disagio.

 

Fobia sociale: paura marcata di situazioni sociali o prestazionali in cui si è esposti al giudizio altrui, paura di agire in modo umiliante o imbarazzante. L’esposizione procura ansia e panico. Le situazioni vengono evitate o sopportate con estremo disagio.

 

Fobie specifiche: paura forte e persistente di un oggetto, un’attività o di una situazione per cui si tende all’evitamento della stessa. Sia la presenza che l’anticipazione dell’oggetto della fobia suscitano un profondo disagio (ansia, panico) nella persona colpita, che di solito riconosce come eccessiva la propria reazione.

 

Disturbo Post-traumatico da stress e acuto da stress: risposta dell’individuo, a breve e lungo termine, ad un evento critico abnorme (terremoti, incendi, nubifragi, incidenti stradali, abusi, atti di violenza, azioni belliche, etc.) caratterizzata principalmente da: flashback intrusivi del trauma, stato di coscienza simile allo stordimento ed alla confusione, tendenza ad evitare tutto ciò che ricordi l’esperienza traumatica, incubi sull’esperienza traumatica, insonnia, irritabilità, ansia, aggressività e tensione generalizzate.

 

Ansia generalizzata: preoccupazione eccessiva per la maggior parte dei giorni e per una moltitudine di eventi che dura almeno 6 mesi, difficoltà a controllare la preoccupazione, irrequietezza, affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilità, tensione muscolare, alterazioni del sonno.

 

Disturbo ossessivo compulsivo: presenza di ossessioni (pensieri, immagini o impulsi ricorrenti, persistenti e vissuti come incontrollabili) e compulsioni (comportamenti o azioni mentali ripetitive che l’individuo si sente obbligato a eseguire, come una sorta di rituale, per difendersi da una certa ossessione o dall’ansia). Le compulsioni possono riguardare diverse tematiche come la contaminazione, l’ordine, il controllo.

 


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