Chi è lo psicologo

J Aprile 2008

 

 

                

                

   FORMAZIONE

E’ laureato in Psicologia (corso quinquennale) ed è iscritto all’Ordine Professionale degli Psicologi della Regione (quindi ha svolto le ore di tirocinio obbligatorie e superato l’esame di Stato) .

 

DI COSA SI OCCUPA

Si occupa di prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione, sostegno in ambito psicologico (rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità), sperimentazione, ricerca e didattica .

Collabora con altre figure professionali, in particolare con: il medico di base, il pediatra, lo psichiatra, il dietologo, il giudice,l’avvocato,l’insegnante,l’assistente sociale, l’educatore professionale.

 

COSA NON PUÒ FARE

Psicologo, psicoterapeuta, psichiatra non sono figure equivalenti.

Lo psicologo, non è uno psicoterapeuta (se non ha una specializzazione successiva) e quindi non può occuparsi di diagnosi e cura attraverso la psicoterapia. Non può prendere in cura pazienti.

Lo psicologo, non è un medico, quindi non può prescrivere farmaci.

 

Quali strumenti usa?

Lo strumento principale dello psicologo è il colloquio. Egli può avvalersi anche di strumenti di misurazione come test, questionari e scale di misurazione.

 

Chi si rivolge allo psicologo?

Chiunque avverta la necessità di una consulenza specialistica: dalla persona che vive un momento di disagio e difficoltà, alla famiglia impegnata in un’adozione, al genitore che vuole migliorare le relazioni con i figli, agli operatori sociali che richiedono consulenze e collaborazioni, agli imprenditori o aziende che hanno a che fare con problematiche relazionali e/o organizzative, allo sportivo che deve affrontare la sua preparazione psicofisica etc.  Si avvalgono dello Psicologo singoli cittadini, servizi sociali, scuole, cooperative sociali, consultori familiari (pubblici e privati), tribunali, istituti bancari, istituti di pena, istituti di ricerca, studi legali, gruppi sportivi, ecc.

 

 


Scegliere di aiutarsi

J Aprile 2008

  

Che la vita di ciascuno di noi sia fatta anche di sofferenze si sa, è inevitabile. Ma non per questo dobbiamo considerarci anormali, malati o patologici. La sofferenza è un segnale di allarme, utile ad attivarci, diventa patologica solo quando non la usiamo come stimolo per capire e cambiare ciò che non va.

 

Indubbiamente c’è qualcosa che non funziona in quello che facciamo se, per esempio, col tempo non riusciamo ad ottenere ciò cui aspiriamo, o se ci logoriamo e ci accaniamo nel desiderare ciò che non abbiamo, o se il prezzo che paghiamo per ottenere qualcosa di importante è paradossalmente la nostra serenità.

 

Ognuno di noi si muove nel mondo usando una serie di convinzioni su se stesso, sugli altri, sulla vita in generale, un bagaglio di emozioni ad esse legate, una serie di abitudini e strategie pratiche atte a gestire situazioni e problemi. Convinzioni, emozioni e strategie comportamentali legate alla nostra storia, alle esperienze avute, al modo in cui noi le abbiamo elaborate, ai modelli che abbiamo avuto e deciso di prendere come riferimento.

 

Accade di frequente che il nostro metodo di pensare, sentire e agire, quello stesso che fino a ieri aveva funzionato o ci sembrava averlo fatto, ad un certo punto non ci vada più bene, o perché la situazione è cambiata, o perché il risultato non ci soddisfa più, o perché non siamo più disposti a pagare il prezzo eccessivo che richiede.

 

Capire in che modo i nostri stati d’animo e le nostre motivazioni profonde sono collegate a situazioni di questo tipo è il primo passo per aiutarci a costruire un certo livello di realizzazione personale e di benessere.

 

Impegnarsi per  sé stessi, per vivere pienamente la propria esistenza è una delle scelte che abbiamo a disposizione quando stiamo male, l’alternativa che abbiamo alla passività, alla fuga, alla rinuncia, alla rassegnazione vittimistica, alla rabbia inutile verso l’esterno. E’ una decisione che possiamo prendere, un’azione che possiamo compiere, forma di maturità e di coraggio.

 

Ognuno ha diritto alla felicità  e ognuno ha le capacità  e il potere  di raggiungerla.

Ma siamo i primi a doverci concedere questo diritto scegliendo per noi la strada della cura e non quella della trascuratezza.

 

Sfatiamo quindi il pregiudizio che solo il “pazzo” vada dallo psicologo. E’, al contrario, proprio chi vuole mantenere la propria salute, chi non vuole “impazzire”, chi sa valutare appropriatamente la propria situazione di disagio e sa dargli la giusta importanza che si attiva e chiede aiuto (usando in modo sano e protettivo i segnali che avverte e gli strumenti a disposizione) e si muove quindi verso il recupero di energia, benessere e autonomia.

 

Lo specialista in psicologia è uno strumento, una risorsa a disposizione di chi vuole fare qualcosa per cambiare ciò che non va … lo specchio attraverso il quale esplorarsi, comprendere come mai e in che modo ci si blocca nel raggiungere ciò che desidera, attivare e scoprire motivazioni e risorse assopite.