Relazioni difficili … sempre con lo stesso finale negativo

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E’ UN GIOCO?

 

Avete mai avuto un’interazione sociale nella quale voi e l’altro, alla fine, vi siete sentiti entrambi a disagio?  

 

 
 

Nella quale avete detto a voi stessi: “È successo di nuovo!”, “Pensavo lui/lei fosse diverso … e invece!”, “Come mai è successo di nuovo?”. Una situazione nella quale vi siete sorpresi per come sono andate a finire le cose, rendendovi conto, al contempo, che quel finale vi era familiare?

Se vi è successo, è molto probabile che, in linguaggio A.T., steste effettuando un “gioco” psicologico.

Eric Berne, fondatore dell’analisi transazionale, è stato il primo a parlare di “giochi” e a suggerire come analizzarli.

 

I Giochi hanno alcune caratteristiche precise:

1. sono RIPETITIVI: ogni persona gioca il suo preferito più e più volte. Attori e contenuti possono cambiare ma lo schema di base è sempre lo stesso.

2. sono INCONSAPEVOLI: la persona li mette in scena senza rendersene conto e, anche in fase finale, quando si accorge del ripetersi effettivo dello schema, non è consapevole di aver contribuito essa stessa a costruirlo.

3. comportano uno scambio di TRANSAZIONI ULTERIORI tra i giocatori: c’è uno scambio che avviene a livello sociale manifesto e un altro scambio, (ulteriore appunto), che avviene a livello psicologico, indiretto. E’ proprio quest’ultimo che determina l’andamento della transazione.

4. comporta un momento di SORPRESA o CONFUSIONE in cui il giocatore ha la sensazione sia successo qualcosa d’inaspettato. Le persone sembrano aver cambiato ruolo.

 

I giochi non sono divertenti. Allora perché li effettuiamo? Gli autori A.T. hanno suggerito numerose ipotesi.

Tutti concordano su un punto: nell’effettuare un gioco, la persona, invece di utilizzare risorse e opzioni adulte nella gestione della relazione, attiva quelle strategie che nell’infanzia aveva trovato funzionali ad ottenere attenzioni (positive o negative che fossero). Gli Schiff suggeriscono inoltre che i giochi derivino da rapporti simbiotici irrisolti nei quali ciascun giocatore svaluta sia se stesso che l’altro. Ogni gioco è un tentativo di mantenere una simbiosi non sana o una rabbiosa reazione contro la simbiosi stessa.

 

Un es.

 

Jack incontra Jean. Si innamorano e decidono di vivere insieme. All’inizio tutto va benissimo. Con il passare dei mesi Jack inizia a fare soffrire Jaen: ignora i suoi bisogni, le inveisce contro, la picchia, si ubriaca, spende il denaro di lei. Jean, nonostante tutto, continua a scusarlo. Più lui si fa aggressivo, più lei si sente ferita, più lo scusa. Questo per tre anni. Poi, senza preavviso, Jean lascia Jack per un altro uomo. Jack trova un biglietto a casa, dove lei le dice che se n’è andata per sempre. Jack rimane stupito “com’è potuto succedere?”. La rintraccia e la prega. Più lui la prega, più lei lo rifiuta duramente, più lui si sente male. Jack si sente depresso, abbandonato e si chiede “cos’ho che non va?” “mai più!”. La cosa strana è che Jack ha già avuto due esperienze di rifiuto che hanno seguito lo stesso schema. Lo schema si ripete e lui torna a sentirsi sorpreso e rifiutato. Jean, dal canto suo, è già stata maltrattata da altri uomini. All’inizio lei ha accettato e poi, improvvisamente, ha rifiutato tutto, dicendosi per l’ennesima volta “gli uomini sono tutti uguali”. Ciò nondimeno comincia rapporti con un altro uomo e la storia si ripete.

 

Un es.

 

Molly incontra Tom che ha l’aria affranta. Lui le dice: “Il mio padrone di casa mi ha buttato fuori, non so dove andare. Non so cosa fare”. Molly preoccupata: “E’ terribile, come posso aiutarti?”. Tom sconsolato: “Non lo so” e rimane in attesa. Molly allora dice: “Non scoraggiarti, prova a guardare nel giornale, puoi affittare una stanza”. Lui abbattuto: “Non ho abbastanza soldi”. Lei: “Posso darti un aiuto per questo”. Lui: “Carino da parte tua, ma non voglio la carità da parte di nessuno”. Molly: “Beh, posso almeno prenotarti un letto all’ostello fino a quando non avrai risolto il problema?”. Tom: “Grazie, ma non credo riuscirei a stare in mezzo a tutta quella gente!”. Cade il silenzio. Molly non trova altre soluzioni. Tom tira un lungo sospiro, si alza e se ne va dicendo: “Grazie comunque per averci provato”. Molly si chiede “Ma che diavolo è successo?”. Si sente stupita, depressa, non all’altezza di aiutare gli altri. Tom si sente indignato e pensa: “Sapevo che non mi avrebbe aiutato!”.

 

 

I.STEWART-V. JOINES “L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani” (pgg.295-327)

 

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